Nel 2035 lavoreremo solo due giorni. Forse.
- Mario Antonaci
- AI, BillGates, Futuro
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C’è qualcosa di struggente in certe profezie. Come se avessero in sé il rumore della marea, quel borbottio sommesso del futuro che arriva e non chiede permesso. L’altra sera, seduto accanto al sorriso gentile di Jimmy Fallon al Tonight Show, Bill Gates ha raccontato che tra dieci anni – dieci, non cento – lavoreremo forse due, massimo tre giorni a settimana. Il resto lo farà l’intelligenza artificiale. Una frase come un sussurro dentro un uragano: semplice, elegante, pericolosa.

Ma per capire davvero cosa può voler dire lavorare meno grazie all’IA, bisogna spostare la lente, tornare indietro di quarant’anni.
C’erano gli anni Ottanta. L’Italia ancora fumava nei corridoi, i telefoni squillavano con la voce secca del bakelite, e negli uffici cominciavano ad apparire le prime macchine elettroniche. Non erano solo strumenti: erano promesse. I computer, all’inizio, sembravano il preambolo di una rivoluzione. Una forza silenziosa e gentile che avrebbe potuto riscrivere i ritmi del lavoro umano.
Con quelle macchine – si diceva – sarebbe bastato poco tempo per fare ciò che prima prendeva giorni interi. La matematica era elementare: se una persona impiegava metà del tempo per lo stesso compito, avrebbe potuto lavorare mezza giornata. O tre giorni su sette. E invece no.
Quella che poteva essere una redistribuzione epocale del tempo – una liberazione dalla fatica, un affrancamento dal grigiore dei lunedì mattina – fu venduta al mercato. Svenduta, per essere precisi. Le aziende, affamate di margini, decisero che tutta quell’efficienza non sarebbe finita nelle tasche dei lavoratori, ma nel prezzo dei prodotti. Prodotti meno costosi, per competere con l’Oriente, con la Cina che stava salendo in cattedra. Il tempo non fu regalato agli esseri umani: fu convertito in sconto, in saldo, in Black Friday eterno.
Così finì la prima rivoluzione che poteva liberare l’uomo dal lavoro. Dissolta tra le corsie dei supermercati, tra i listini delle compagnie, tra le strategie di marketing. E da allora, di anni, ne sono passati quaranta, ma il tempo del lavoro è rimasto lì, inamovibile, come una reliquia industriale.
Oggi Bill Gates, uno che quella storia la conosce bene – anzi, che quella storia l’ha scritta – torna con un’altra profezia. L’intelligenza artificiale ci permetterà di lavorare meno. Ma questa volta, sarà diverso?
L’IA sta già bussando alle porte dei mestieri umani con una forza quasi mitologica. E lo fa non solo nelle fabbriche, dove gli automi già da tempo hanno imparato a stringere bulloni, ma nei luoghi più delicati: nelle scuole, negli studi legali, nelle redazioni. Prende decisioni, scrive, spiega, suggerisce. Pensa.
Gates, nella stessa intervista, ha parlato di come l’IA potrebbe diventare un tutor personale per ogni studente. Un’entità gentile, intelligente, sempre disponibile. Un maestro fatto di bit, che conosce i tuoi errori, le tue paure, le parole che non hai ancora capito. E lì accanto, pronto a spiegarti con pazienza, a generare esercizi personalizzati, a trasformare ogni libro di scuola in un’avventura su misura.
Esistono già piattaforme che lo fanno: Coursebox, StudyBlaze, AskLea. Nominarle è come evocare i primi nomi dell’informatica anni ’80 – quei piccoli pionieri che stavano nei garage e sognavano di cambiare il mondo. Oggi l’IA lo sta facendo per davvero. È dentro ai nostri computer, dentro ai nostri telefoni, e presto sarà anche dentro la scuola, il lavoro, la vita.

Ma il vero nodo resta lo stesso di allora: chi beneficerà di tutto questo?
Perché se la storia ci ha insegnato qualcosa, è che la tecnologia da sola non basta a migliorare la vita delle persone. Non lo fece allora, quando avrebbe potuto regalare sabati liberi e mercoledì pomeriggi ai bambini con i padri in ufficio. Non lo farà ora, se le scelte saranno di nuovo piegate a logiche di profitto.
Quella rivoluzione mancata brucia ancora. È un rimpianto con la consistenza della polvere: lo trovi sulle scrivanie, nei badge che ancora timbrano le otto ore, nei contratti a tempo pieno che non lasciano spazio al tempo per vivere.
Oggi l’intelligenza artificiale è davanti a noi come un secondo bivio. Più potente, più profonda, più vicina al cuore dell’umano. Può essere una macchina da guerra – o un’alleata. Può regalarci tempo – o risucchiarne altro, sotto nuove forme. Tutto dipende da chi scriverà le regole, da chi possiederà gli algoritmi, da quale etica sapremo costruire intorno a quel nuovo dio che sa leggere, parlare, rispondere, creare.
La settimana di due giorni è una melodia dolce, ipnotica, che danza sopra le nostre vite affaticate. Ma senza memoria, ogni melodia è destinata a diventare solo un’altra canzone che nessuno canterà.